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Rav Aryeh Kaplan - PREPARARSI ALL'ETERNITA'

Traduzione di Rosanna Ghilardi

 

Un famoso psicologo notò un giorno che i bambini immaginano di vivere per sempre. In seguito il bambino fa una scoperta terribile. Qualcuno che conosce, un vicino o un parente, muore, e il bambino scioccato prende contatto con la realtà: la vita ha un termine. Lentamente, comincia a comprendere che ciò che è successo ad altri capiterà anche a lui: un giorno morirà. E mentre le sue fantasie sull’immortalità cominciano a svanire, un pezzo di innocenza infantile se ne è andata per sempre.

Allo shock subentrano ben presto domande, interrogativi. Come sarà l’esperienza della morte? Cosa significa veramente morire? Cosa mi succederà?

Il bambino cresce e matura, imparando a reprimere le sue domande che ora non sembrano più così pressanti, mentre il tempo pare scorrere lentamente. Non lo preoccupano più in maniera così acuta, almeno non ora. Ma questo pensiero infantile, originatosi da uno shock spaventoso, la prima presa di contatto con la morte, gli rimane impresso dentro. Anzi rimane profondamente impresso dentro tutti noi. Preoccupati ci chiediamo, come sarà l’esperienza dell’attraversare la soglia della morte? Ancor più pressante la domanda, cosa sperimenteremo quando arriverà la nostra ora

Alcuni affermano che l’ebraismo non ha delle risposte per queste domande, perché ci insegna a vivere una buona vita in questo mondo, senza preoccuparci di quello a venire. Questo è vero solo in parte. Se da un lato l’ebraismo indirizza le nostre energie verso la vita da noi conosciuta, dall’altro non reprime le nostre preoccupazioni ma al contrario ce ne libera. È vero: la vita è importante e la vita dell’uomo in questo mondo è sacra. Ma il destino dell’uomo non finisce con questa vita. I grandi classici dell’ebraismo – il Talmud, il Midrash, le opere filosofiche e i codici più importanti – si soffermano tutti sul problema fondamentale della morte e dell’immortalità. Le conclusioni che ne traggono sono importantissime per la trasmissione della tradizione ebraica, permeandone l’intera struttura teologica.


Dio libererà la mia anima dal potere della tomba,
Perché Egli mi accoglierà veramente con Sé.
(Salmi 49:16)


Cos’è il potere della tomba? E qual è il significato delle parole del salmista, essere accolti da Dio? Nonostante tutte le nostre sofisticazioni materiali, queste domande ci pesano. Ma, volendo rimanere fedeli all’ideale ebraico, e se veramente crediamo nella santità della vita, dobbiamo prima porci un’altra importante domanda: cosa significa vivere? Prima di esaminare il problema della morte, dobbiamo soffermarci sul fenomeno della vita.

La vita inizia con il concepimento. Due germi microscopici si uniscono diventando uno: l’inizio di un nuovo essere umano. La sua esistenza si dipana come un atomo di vita che contiene ogni qualità e potenzialità dell’uomo adulto: il suo sesso e forma, il colore degli occhi e dei capelli, il suo talento e intelletto. Anche il carattere sarà plasmato dalle sue tendenze naturali, e il suo futuro, in larga misura, è già stabilito.

Ma per il momento, questo primo stadio di vita è puramente fisico. Nel buio dell’utero, la prima fase è interamente dedicata al crescere, per prepararsi alla vita futura. Ci sono gli occhi, ma non vedono. Ci sono le orecchie, ma non sentono. I nervi non percepiscono, il cervello non pensa. Il feto non ancora nato ha molte membra ed organi di cui tuttavia non deve servirsi. Gli attributi e le qualità sono lì assopite in questo essere minuscolo, non espresse né rivelate. Però esistono, alludendo alla vita futura.

Finalmente arriva il tempo di lasciare il rifugio uterino. Il bambino deve attraversare una fase di transizione, traumatica come la morte. Egli muore al primo stadio della vita per rinascere al secondo. Potremmo pensare che sia una prova dolorosa, ma una natura gentile, una provvidenza benevola, ha predisposto le cose al meglio e il bambino non prova dolore!

Ora che è nato, apre gli occhi e a poco a poco comincia a rendersi conto che è entrato in una seconda forma di vita, al di fuori dell’utero materno. Improvvisamente la luce attrae la sua attenzione. I suoi occhi la seguono ammiccando. È affascinato. I rumori lo fanno trasalire; annusa l’aria. Viene sopraffatto dalle sensazioni; comincia a percepire tutto. È entrato nel mondo dell’esperienza.

Ben presto il bambino comincia a muoversi, scoprendo il mondo della sua seconda vita. Ne trae piacere e meraviglia, cominciando a capirlo. Questa seconda fase della vita è ancora molto simile alla prima. È sempre fisica, ma offre al bambino una nuova opportunità: ora può pensare! E lentamente, il bambino capisce di esistere.

Nel corso degli anni la sua mente si sviluppa progressivamente, comincia a riflettere, a fare progetti, ad imparare nuove cose, a ragionare. Ogni nuova cosa imparata è un bagaglio di conoscenze che si accumula. Egli fa le sue considerazioni e ne trae le dovute conclusioni. Assimila saggezza.

Ma poi cosa succede? L’esperienza improvvisamente finisce, come una luce che viene spenta. Cosa accade all’uomo? Muore e basta? Tutto si ferma e finisce improvvisamente?

Esiste un parallelo straordinario tra la prima e la seconda fase della vita, tra il mondo uterino e il mondo dell’esperienza. Nella prima fase, nell’oscurità dell’utero, il bambino sviluppa capacità inutilizzabili in questo mondo silenzioso e nero come l’inchiostro. La stessa cosa gli succede nella seconda fase della vita. Anche qui sviluppa delle capacità superflue per la sua esistenza attuale. Fino a che l’uomo vive non ha bisogno di niente di più rispetto agli altri animali. E tuttavia egli ricerca, annaspa, fa domande, e sogna ben al di là della sua portata. La sua natura lo fa volgere verso il bene in questo mondo, alla ricerca di una vita etica e morale, cercando di servire Dio. Che valore hanno queste qualità, queste virtù potenziali? Sono semplicemente riservate alla tomba?

L’ebraismo dice di no! Questa vita non è la fine. Dobbiamo ancora sperimentare la nostra nascita finale. Viviamo ancora in un utero, un utero altrettanto buio e silenzioso di quello che avviluppava il bambino non ancora nato. Viviamo tuttora in un utero, che però ha un altro nome: il corpo.

Nell’utero, una semplice cellula si sviluppa in un essere umano. Anche nell’utero del nostro corpo una persona cresce e si sviluppa. Ma questo processo richiede molto più tempo – molto di più che non i brevissimi nove mesi necessari al feto – ci vogliono sette, otto, a volte nove decadi: una vita intera! La crescita fisica viene completata in una frazione di quel periodo, ma per lo sviluppo essenziale dell’essere umano è necessaria una vita intera: per 70, 80, o 90 anni, cresciamo spiritualmente.

Ogni nostra buona azione, parola gentile, preghiera sussurrata, intuizione del nostro cuore, arricchisce questa crescita migliorando il nostro sviluppo spirituale. Finalmente, quando ci ritroviamo vecchi ed ingrigiti, il nostro sviluppo termina, e arriva così il tempo di lasciare quest’utero, il nostro corpo. Siamo finalmente pronti per una nuova nascita, una nuova esistenza. Siamo pronti per stare di fronte a Dio.

Immaginiamo ora che un bambino non nato possa pensare. Immaginiamo che il bambino sappia che deve lasciare l’utero, abbandonando per sempre una vita calda e sicura, per non farvi mai più ritorno. L’utero è stato parte integrante del suo essere, così come lo sono oggi i nostri corpi. Egli non riesce a concepire la vita senza e rinunciarvi gli pare come rinunciare alla vita stessa. Immaginiamo questo bambino non nato che pensa preoccupato di dover abbandonare l’utero: un’idea spaventosa come la morte.

Ma noi siamo più saggi. Sappiamo che questo bambino non nato non sta veramente morendo, che sta invece finalmente realizzando la promessa della sua prima vita; che sta per rinascere ad una vita più significativa, in un mondo di chiarore e di luce, nel mondo dell’esperienza.

Lo stesso accade quando una persona lascia l’utero del suo corpo, quando muore a questa seconda fase dell’esistenza. Egli rinasce in una terza forma di vita, una vita che in paragone fa impallidire questa per il suo significato. Perché dovremmo temere la morte? Perché dovremmo dubitare che un Dio amorevole, creatore di ciò che chiamiamo natura, renderà questa seconda nascita altrettanto facile e indolore della prima?

Ho ascoltato una volta la storia di un bambino, figlio unico, colpito da un male incurabile. Mese dopo mese la madre l’aveva curato, leggendogli libri, giocando con lui. Cercava di distrarlo dalla realtà di avere i giorni contati. Ma mentre il tempo passava, il piccolo peggiorava sempre di più. Guardava fuori dalla finestra della sua camera e vedeva gli altri bambini fuori che correvano e giocavano. Capiva che non sarebbe più stato come loro. Cominciò anche a capire ciò che sua madre si sforzava terribilmente di nascondergli. Intuì che stava per morire.

Un giorno sua madre gli lesse la storia di Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Gli narrò delle gloriose guerre combattute dal re, e dei cavalieri coraggiosi morti durante nobili battaglie. Poi, guardando negli occhi del suo bambino, gli scorse una domanda in volto. Silenziosamente richiuse il libro. Il ragazzo la guardò chiedendogli ciò che tanto la terrorizzava e che ardeva nel suo cuore infantile: “Mamma, cosa vuol dire morire? Fa male?”

La madre volse il viso di lato, nascondendo gli occhi pieni di lacrime. Non riusciva a rispondere, nemmeno a pensare. Corse in cucina come se la cena stesse per bruciare. Sapeva che la domanda era vitale e che la sua risposta doveva confortare il suo unico figlio, nelle ultime settimane della sua esistenza, e anche oltre.

La madre si appoggiò alla credenza della cucina, le nocche bianche pressate contro il legno. Con una preghiera non verbale chiese a Dio di dargli la forza per rivelare la verità al suo bambino, di concedergli la saggezza necessaria per trovare le parole giuste.

Improvvisamente, le parve con chiarezza di aver trovato le parole giuste. Ritornò da lui e gli scompigliò i capelli.

“Michael”, gli disse, “ti ricordi di quando eri ancora piccolissimo e come ti piaceva giocare tutto il giorno? La sera eri talmente stanco che non riuscivi a svestirti. Cadevi sul letto di mamma e ti addormentavi.

“Ma non era il tuo letto – non era il tuo posto – e stavi lì soltanto un poco. Al mattino ti svegliavi sorpreso nel tuo letto, nella tua stanza.

Qualcuno che ti amava si era preso cura di te, e per questo ti risvegliavi nel tuo letto. Tuo padre con le sue braccia forti ti aveva sollevato.” La madre fece una pausa. “Michael, la morte è così. Ci svegliamo una mattina e ci ritroviamo in un’altra stanza, la nostra stanza, quella che ci appartiene veramente. Il nostro padre celeste ci porta lì perché ci ama.”

Il ragazzino sorrise con gli occhi scintillanti a sua madre. Non avrebbe più avuto paura, non sarebbe più stato preoccupato, nel suo cuoricino ci sarebbe stato soltanto posto per amore e fiducia, aspettando di incontrare Suo Padre in cielo. Non fece mai più a sua madre quella domanda. E parecchie settimane dopo si addormentò, così come gli aveva spiegato sua madre.

La madre di questa storia ha cercato una storia-esempio che il suo bambino potesse capire. La sua semplice risposta dimostra una comprensione profonda delle idee dei più grandi maestri dell’ebraismo. Nel Talmud, Rabbi Yaakov esprime questo principio fondamentale:


Questo mondo è come un corridoio prima del Mondo a Venire.
Preparatevi nell’ingresso così da poter entrare nella sala del banchetto.
(Talmud Trattato dei Padri 4:21)


Noi attraversiamo l’ingresso per accedere nella sala del banchetto. Le sue tende vengono aperte, e noi cominciamo a sperimentare una nuova vita.

Quando un bambino nasce varca i confini limitati dell’utero, liberando il suo corpo per potersi muovere sperimentando nuove sensazioni. Allo stesso modo in questa nuova vita, la terza fase dell’esistenza, veniamo liberati dal peso del nostro secondo utero, il nostro corpo fisico. E ne varchiamo la soglia senza portarci il fardello inutile di sopracciglia increspate od occhi offuscati, spine dorsali ritorte o braccia avvizzite, menti infestate da paure o torturate da rimorsi, e cuori spezzati da amare memorie, o infranti da sogni non realizzati.

Noi ci eleviamo, per non essere più imprigionati nell’argilla morente della carne caduca, luminosi e chiari, scintillanti di misericordia divina.

Quando abbiamo fiducia in Dio non abbiamo paura, perché non esiste niente di cui avere paura. E quando non si ha più paura di morire, allora niente più ci fa paura. Soltanto adesso, quando non abbiamo più paura, cominciamo veramente a vivere, sperimentando realmente ogni gioia e dolore. Cominciamo a vivere e siamo grati a Dio per ogni istante della nostra vita.

Un essere umano che ha paura della morte ha, in qualche modo, paura di vivere. Ma quando la morte perde ciò che la rende temibile, diventa meritevole: allo stesso modo anche la vita diventa meritevole di essere vissuta. E quando noi abbiamo qualcosa per cui valga veramente la pena di vivere – un ideale, un obiettivo, una fede – allora quando la morte si presenterà al nostro cospetto sarà come un amico benvenuto, mandatoci per farci entrare in una nuova vita, una nuova nascita.


Anche se cammino nella valle della morte, non temerò alcun male perché Tu sei con me…
Che siano soltanto la bontà e la misericordia ad accompagnarmi durante tutti i giorni della mia vita.
(Salmi 24:4,6).

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Rabbi Joel David Bakst - PADRE DI UN MESSIA DECADUTO

Traduzione di Rosanna Ghilardi


“Isacco amava Esaù” Genesi 25:28

“Vi ho amati” dice il Signore, e voi [Nazione d’Israele] dite, “In che modo ci hai dimostrato il tuo amore?”.. Esaù è fratello di Giacobbe – dice il Signore – ed io ho amato Giacobbe.. E ho disprezzato Esaù..” …” (Malachi 1:2-3).

Dopo 20 anni di matrimonio le preghiere di Isacco e Rebecca vengono accolte e Rebecca concepisce due gemelli. La gravidanza è estremamente difficile. Dio rivela a Rebecca che dai suoi gemelli discenderanno due grandi nazioni: Roma (il Cristianesimo) e Israele. Esaù nasce con suo fratello Giacobbe che cerca di trattenerlo per il tallone. Esaù si afferma come cacciatore, tipico uomo del mondo dell’azione, mentre Giacobbe sta seduto nelle tende della Torah ampliando la sua anima. Il giorno del funerale del nonno Abramo, Giacobbe cuoce lenticchie, il pasto tradizionale delle persone in lutto. Esaù rientra di corsa affamato dopo una giornata di dura caccia e gli vende la primogenitura (nonché la sua missione e i suoi compiti spirituali) per una piatto di “lenticchie rosse” e “quindi si chiamò anche Edom – “il Rosso” (Adom significa rosso).

Anni dopo il padre Isacco, in procinto di lasciare questo mondo, fa chiamare Esaù per impartirgli le stesse “benedizioni” ricevute dal proprio padre Abramo; sono benedizioni indispensabili per iniziare Esaù alla sua importante missione esoterica. Mentre Rebecca si trova in uno stato di profezia le viene rivelato che le benedizioni di Isacco devono andare a Giacobbe. Rebecca dispone tutto in modo tale che Giacobbe assuma le sembianze di Esaù. Quando un Esaù traumatizzato rivela a suo padre che Giacobbe gli ha comprato la primogenitura, il profeta Isacco capisce che la primogenitura è stata assegnata correttamente a Giacobbe, confermandogli così le benedizioni che gli ha già dato. Esaù giura di uccidere Giacobbe, e per questo motivo Rebecca manda Giacobbe dal di lei fratello Lavan, dove potrà trovare moglie.

Questa è una delle parti della Torah più difficili ed oscure da capire. Vediamo Giacobbe che apparentemente inganna suo padre “rubando” le benedizioni a suo fratello gemello Esaù. Siamo perplessi, considerato anche che ci è stato insegnato “Dio concede [l’attributo della] Verità a Giacobbe..” (Micah 7:20). Giacobbe nostro padre è il patriarca che personifica l’attributo della Verità, e tuttavia “ruba” la benedizione, “inganna” suo padre e “dà del bugiardo” a suo fratello. Ma Giacobbe è il maestro zaddik, l’immagine stessa della verità. Cosa può dunque nascondere il suo comportamento singolare?

Ancor più difficile da comprendere è la particolare predilezione di Isacco per Esaù. Quando ci avviciniamo ad una personalità biblica, e specialmente ai Patriarchi, è necessario applicare il principio “Abbiamo forse a che fare con degli sciocchi?”?! (Atu b’shuftanè askinan?!”). Si, avevano anch’essi dei difetti, ogni tanto soffrivano momenti di caduta spirituale; da tutto questo abbiamo imparato a perfezionarci sviluppando gli standard etico morali basati sugli insegnamenti della Torah (il mussar). Molte lezioni di psicologia, etica e socialità prendono lo spunto dal semplice livello narrativo del comportamento di Isacco e della sua relazione con i suoi figli.

Ma qui terminano i paragoni. I nostri padri biblici – Isacco incluso – furono iniziati ad un qualcosa di cui oggi abbiamo perso completamente memoria, di cui non abbiamo ritenuto neppure memoria virtuale della sua esistenza. Gli antichi maestri della Torah possedevano un piano. Ogni personalità biblica aveva accesso ad una conoscenza esoterica e ad una biblioteca virtuale di mappe cosmiche dell’intera creazione estremamente dettagliate: nel loro agire vi si conformavano metodicamente, perché questi erano i piani divini della creazione. Essi avevano infatti una Kabbalah, una tradizione esoterica ricevuta, trasmessa da maestro a discepolo e tenuta costantemente “aggiornata” con la profezia e il Ruach hakodesh (l’ispirazione divina).

Quando ci chiediamo il perché di tale comportamento di Isacco, non pensiamo cosa avremmo fatto noi al suo posto. Pensiamo invece che lui possedeva i piani e le formule matematiche dell’intero processo della creazione e della sua caduta successiva e che si rendeva perfettamente conto di quello che stava facendo. Supponiamo che ogni suo atto o parola fossero premeditati ed attuati con totale consapevolezza. Ora chiedetevi, “Perché Isacco agiva così con Esaù?” e quando pensate di aver trovato una risposta, chiedetevi ancora alla luce della natura di Esaù, “Isacco, il grande zaddik, come poteva comportarsi così?!”

A cosa stava pensando Isacco quando voleva dare la sua benedizione a Esaù? Come non poteva vedere l’inganno manifesto e il carattere spregevole di Esaù, così evidente nelle pagine della tradizione orale? Poteva un tale individuo selvaggio e materiale – l’epitome dell’arroganza, dell’illusione e del ricercatore del piacere – essere colui che andava iniziato alla missione segreta della rettificazione del mondo dopo la caduta di Adamo? Poteva Esaù ereditare il ruolo di leader dal padre Isacco, che a sua volta l’aveva ricevuto da Abramo e questi da maestri prima di lui sino a risalire ad Adamo stesso? Poteva Esaù il malvagio, la radice archetipa dell’impero romano e più tardi dell’anima collettiva della chiesa cattolica e del cristianesimo, essere il “bravo ragazzo”?! La risposta, per quanto sconcertante possa apparirci, va molto più in là. La verità da rivelare è che Esaù era destinato ad essere il Messia mondo intero.
La domanda è: quale Messia? Non il famoso Messia figlio di Re Davide (Messia ben David). Esaù era il potenziale Messia figlio di Giuseppe (Messia ben Yosef), il messia della casa di Giuseppe.

Il Messia Diviso


Anche se il concetto di un secondo Messia è nuovo a molti di noi, non è tuttavia nuovo alla cosmologia della Torah. È un concetto fondamentale. Il Messia ben Yosef è la metà di una immagine più grande. L’altra metà, quella che ci è più familiare, è rappresentata dal Messia ben David, il Messia della linea del re Davide, o semplicemente il Messia.

I due messia vengono descritti dallo Zohar e da altri testi come i “Trein M'shichin” – il termine aramaico per i due Messia. I due messia possono essere compresi solo in relazione l’uno all’altro. Per quanto ognuno di essi operi nella sua sfera individuale di competenza, essi sono interdipendenti influenzandosi reciprocamente: agiscono in condivisione aiutandosi. Essi continueranno ad esistere in ogni generazione sino al tikun (rettificazione) finale di Adamo. Il messia ben Yosef è il segreto di “Yosef è ancora vivo” e il messia ben David è il segreto di “David re d’Israele vive per sempre”. L’unione simbiotica – o antagonista – tra queste due forze, dà vita al paesaggio nascosto sul quale tutti i drammi della Bibbia assumono prospettive veramente nuove e diverse. La narrazione di Isacco e dei suoi due gemelli riguarda gli insegnamenti esoterici dei due Messia.

Perché due messia ? [1] Perché nessun messia invece? Qual è il suo ruolo? Il Messia è l’individuo che si pone al centro di un processo di tikun universale. Tikun significa 1) “rettificazione” o “riparazione”. Secondo la Cabalà Tikun si riferisce anche a 2) “elevazione” e “trasformazione”. La seconda definizione implica l’elevazione di qualcosa di già completo e perfetto ad uno stato ancora più raffinato, mentre la prima definizione implica che qualcosa si è spezzato, e l’obiettivo immediato è riportarlo alla sua integrità originaria. Questi sono i due tipi fondamentali di tikun.

Quando qualcosa si è rotto ovviamente non è più completo e non può funzionare al massimo delle sue possibilità. Si trova, in un certo senso, in uno stato di “caduta” o “schiavitù”, fino a che non riceve il tikun appropriato, la redenzione cioè da uno stato di prigionia. Chi esegue il tikun è il redentore (goel) un altro nome per il Messia. Per via degli errori di Adamo, si verificò una “caduta” cosmica che ebbe conseguenze per l’intera creazione: Messia è colui che si pone alla testa del processo di riparazione (tikun) e redenzione (gheulà) della creazione.

Tuttavia anche la seconda definizione di tikun come atto di elevazione e trasformazione implica una forma sottile di assoggettamento, necessitante di un processo di liberazione. Qualcosa può essere completo ma avere anche la capacità di ascendere a livelli più sublimi. Fino a quando non è salito a tali livelli può ritenersi anch’esso in uno stato di prigionia, che necessita di liberazione dal livello di completezza statica. Anche questo tipo di liberatore è un messia.

Comprendiamo dunque il bisogno del primo tipo di Messia – colui che restaurerà il mondo al suo stato primigenio. Ma dov’è che si inserisce la visione del secondo redentore? Quand’è che il mondo è stato così completo da aver bisogno soltanto di elevarsi a livelli ancor più alti di completezza e perfezione?

La risposta è: nel Giardino dell’Eden. In origine, quando Adamo venne creato fu posto in un mondo che era già essenzialmente perfetto. La missione di Adamo era di elevare e trasformare ciò che si trovava già in uno stato di completezza. Tutta la vita sperimentava un’evoluzione spirituale stupefacente. L’intera gerarchia – umana, animale, vegetale e minerale – saliva sempre più in alto. Adamo era il direttore d’orchestra di questa evoluzione miracolosa. Nell’utopica originale descrizione del Giardino dell’Eden Adamo era il redentore della vita e il Messia mondiale.

Dopo che Adamo si cibò dell’Albero della conoscenza del bene e del male, la realtà cambiò radicalmente e allo stesso modo anche la sua missione. Egli aveva ora un nuovo compito. C’era bisogno di un nuovo tipo di tikkun – il tikkun della riparazione e purificazione. La missione originaria di Adamo di elevazione e di trasformazione non venne annullata, ma solo procrastinata. Prima Adamo deve riparare ciò che è stato danneggiato, pToi proseguire con il secondo tipo di tikun, l’elevazione di tutta la creazione alla sua fonte originaria.

Adamo, nei panni dell’intera umanità, si trova ora due gradini più in basso rispetto all’obiettivo della creazione. Per prima cosa deve riparare ciò che ha danneggiato con il suo cibarsi del frutto dell’Albero della Conoscenza e poi ricominciare l’opera interrotta (la missione originaria ricevuta da Dio quando si trovava nel Giardino dell’Eden di “lavorarlo e custodirlo”). Dove in origine c’era bisogno soltanto di un tipo di riparazione, ora ce ne vogliono due. Dove era inteso esserci soltanto un redentore, ora ce ne sono due, uno per ciascun tikun. Queste due personalità sono chiamati i “Trein M'shichin”, i due messia. A causa della sua caduta cosmica, Adamo si è scisso in due individui con due missioni. Adamo è il messia diviso.

Il processo messianico riguardante il mondo fisico e la redenzione della terra è noto come Messia ben Yosef. Il processo messianico riguardante il mondo spirituale e la sua evoluzione cosmica è noto come Messia ben David. Questi due processi si svolgono in modo complesso e nascosto. Ciò che sappiamo è che le strade sono due e che ciascuna delle due missioni si incarna in due individui presenti in una stessa generazione. In alcuni periodi della storia succede però che entrambi i processi coesistano in un’unica personalità. Il momento più drammatico e potenzialmente disastroso di tutta la storia umana in cui questo si verificò fu al tempo di Isacco e dei suoi due gemelli.

Chirurgia messianica

Tutti i componenti della famiglia – Isacco, Rebecca, Giacobbe ed Esaù – conoscevano le regole del gioco e sapevano di essere i personaggi chiave di un grande dramma cosmico che doveva rettificare la radice danneggiata dell’Albero della Conoscenza. La posta in gioco era elevatissima e ogni mossa era profondamente studiata e premeditata. Il padre, la madre e i fratelli gemelli avevano una consapevolezza totale e sapevano chi fossero realmente, da dove venivano e dove erano diretti. Giacobbe era il Messia ben David della sua generazione. Esaù era il Messia ben Yosef potenziale. Lavorando in sintonia avrebbero realizzato e completato il tikun finale di tutta la realtà. La storia, così come la conosciamo, non avrebbe più avuto motivo di esistere, e la realtà con un “salto quantico” sarebbe ritornata alla dimensione elevata di Adamo preesistente la sua caduta.

Ma le cose non andarono così, il serpente primordiale fece nuovamente la sua comparsa, l’anima di Esaù venne infettata e il veleno si sparse ovunque al di là di ogni possibilità di guarigione. Come è noto in Cabalà, ciò che emana dal lato sinistro, nel nostro caso le ghevurot del Messia ben Yosef, è molto più vulnerabile alle infezioni. Anche se è più potente del lato destro, il sinistro viene sempre colpito per primo.

L’ampiezza della contaminazione spirituale di Esaù venne svelata inizialmente a Rebecca, quindi a Giacobbe e poi finalmente a Isacco, “il padre del messia decaduto”. Lo stato era di “codice rosso”, di totale emergenza. Il meccanismo di sicurezza consisteva nel recupero e salvataggio delle scintille sante del Messia ben Yosef contenute in Esaù, liberandole e riunificandole alla sua parte complementare, ovvero l’anima del Messia ben David. Giacobbe doveva cioè assorbire in se stesso la parte incontaminata dell’anima del Messia ben Yosef presente in Esaù.
Il modus operandi dell’intera operazione viene descritto nelle Sacre Scritture. Rebecca e Giacobbe furono la mente di questa cospirazione spirituale dalle proporzioni sbalorditive. Giacobbe in pratica effettuò un intervento di chirurgia cosmica sull’anima del gemello che era stata contaminata dal veleno di Samael, così da liberare l’anima del Messia ben Yosef e trapiantandola nella propria!

Questo è il motivo dello strano comportamento di Giacobbe e del suo travestirsi da Esaù. A livello profondo egli divenne letteralmente Esaù, cioè l’aspetto santo del Messia ben Yosef. Il flusso di divinità fluente dalle benedizioni di Isacco era destinato alla forza cosmica del Messia ben Yosef non al Messia ben David. Quando Giacobbe dichiarò, “Io sono Esaù, il tuo primogenito” egli occupava veramente lo “spazio dell’anima” di Esaù, quale realmente è alla sua radice divina. Soltanto dopo che l’aspetto di Messia ben Yosef di “Esaù” fu ri-posseduto dall’aspetto del Messia ben David di Giacobbe e ri-unificato in esso, il “santo” Esaù ricevette effettivamente le benedizioni, soltanto che esse ora erano integrate in un unico individuo, Giacobbe. Fu un’operazione di chirurgica messianica come non si era mai visto prima e come non si vedrà mai più. L’intero corso della storia fu imperniato sul “furto” della primogenitura “impersonificando” Giacobbe. Ora Giacobbe incarnava contemporaneamente i due messia e la sua vita fu dedicata alla realizzazione di entrambe le sue missioni. La totale “incorporazione” del Messia ben Yosef in Giacobbe raggiunse il culmine nel momento del chiarimento/lotta con l’angelo di Esaù, la radice santa di Esaù. “Giacobbe nostro padre iniziò la sua missione come Messia ben Yosef dal giorno in cui lottò e vinse contro l’Anima Collettiva di Esaù” [2] . Fu in quel momento che l’unificazione fu completata ed egli ricevette il nome aggiunto di “Yisrael”, che ridefinì l’intera sua nuova identità. Questa è anche la ragione esoterica del perché Giacobbe venne “forzato” a sposare Leah, destinata in origine a sposare Esaù.[3]

Possiamo ora capire ed apprezzare le profondità delle parole del Profeta Malachi: …”Vi ho amati” dice il Signore, e voi [Nazione d’Israele] dite, “Come ci hai mostrato il tuo amore?” Esaù è fratello di Giacobbe – dice il Signore – ed io ho amato Giacobbe. Ed ho disprezzato Esaù…” (Malachi 1:2-3). La formula “Esaù è fratello di Giacobbe” li colloca entrambi allo stesso livello superiore della loro radice spirituale, laddove l’essenza di entrambi è santissima. Alla radice della loro anima Esaù e Giacobbe sono uguali, ma in basso, nel suo stato manifesto attuale, Esaù è contaminato e di conseguenza, “ho amato Giacobbe. Ed ho disprezzato Esaù…” .

Indizi sulla scena del crimine

L’intero scopo della natura complessa e paradossale di Esaù, la fede e le aspettative riposte in lui da Isacco e la cospirazione spirituale di Rebecca e Giacobbe vanno molto al di là dell’ambito di questo articolo. Ci sono comunque degli indizi ritrovati sulla “scena del crimine”. Indizi in ebraico viene tradotto con remez, uno dei quattro modi per interpretare la Torah. Gli indizi non portano a delle conclusioni ne forniscono delle risposte; indicano piuttosto una direzione. Sta al lettore arrivare al nocciolo della questione, fare tutte le connessioni elaborando il quadro d’insieme. Ecco alcuni indizi per le menti indagatrici, “nel mistero del padre di un messia decaduto”.

“Forse Esaù è diverso perché è un apostata ebreo” (Talmud Kiddushin 18a). Il contesto della discussione qui è che esiste un verso della Torah che cita Esaù (quale Edom) come un gentile, al fine di interpretare il punto di vista della Torah riguardo le leggi non ebraiche dell’eredità. Una prova portata da Esav fu respinta perché costui, per quanto traditore della sua fede, egli era pur sempre ancora ebreo! Questa è una fonte scritturale importante che conferma l’originale, intrinseca “ebraicità” di Esaù.

Re David fu un altro Messia ben David che integrò in sé stesso anche le qualità del Messia ben Yosef. Egli è “rosso” (admonì), lo stesso termine utilizzato per Esaù, ma possedeva anche la caratteristica di avere “degli occhi belli” (Samuele I 16-12): ovvero il suo lato sinistro delle ghevurot (il Messia ben Yosef) era stato addolcito e mitigato dal lato destro dei suoi chasadim, l’aspetto del messia ben David.

La scintilla dispersa di ebraicità prigioniera in Esaù può spiegare un altro evento peculiare della sua vita. Egli in seguito sposò due donne di origine hittita. Una di loro si chiamava Yehudit. Mi è sempre sembrato molto non ortodosso il fatto che Esaù, l’archetipo del non-ebreo e dell’antisemita, sposasse una donna il cui nome significa letteralmente “Ebrea” (Yehudì è la forma maschile). Inoltre Yehudit, nel corso di tutta la storia, è sempre stato un nome ebraico. Non ho mai visto commentari su tale stranezza scritturale. Mi sembra comunque che la Torah stia alludendo alle ghevurot femminili mitigate di Esaù, che sono l’essenza di Esaù e che saranno rivelate in futuro quando egli riceverà il suo tikun. In quel tempo egli verrà riunito alla fede di suo fratello e non sarà più considerato un “apostata ebreo”.

Questo principio è esplicito anche in un’altra dichiarazione dei saggi. “La testa di Esaù riposa in grembo ad Isacco”. Questo è un parallelo della formulazione, “In futuro il maiale ritornerà alla sua santità (maiale – chazir – possiede la stessa radice della parola ebraica ritorno, chazarà). In futuro il maiale ed Esaù restituiranno la corona al loro Maestro, come si evince da un verso del Profeta Ovadià (1-21): I [due] redentori saliranno al Monte Zion.. e il regno sarà del Signore”. I due redentori sono i Trein M’shichin, i messia gemelli, che ritorneranno al punto originario per il tikun finale.

“Sappi che la radice di Esav era originariamente santa ed emanava dal lato di Ghevurà di Tiferet di Zeir Anpin [l’anima collettiva di Adamo]. Tiferet oscilla tra chesed [il lato destro] e ghevurà [il lato sinistro]. Essa è l’aspetto del “lato destro” dal quale emana [l’anima di] Giacobbe ed è l’aspetto del “lato sinistro” dal quale emana [l’anima di] Esaù. Quindi essi erano gemelli nel mistero del verso, “Esaù non è fratello di Giacobbe”?. Perché in verità essi coesistevano originariamente su un unico piano, a differenza dalla relazione tra Isacco e Ismaele [che erano soltanto fratelli per metà, nati da madri differenti]”.

“Sappiate che anche Esaù aveva la possibilità di essere santo, entrambi erano “buoni figli del Signore”. Vi parlerò della loro missione. Gli scopi da realizzare sono due. Il primo è di diffondere la santità ad ogni livello e il secondo è di assoggettare completamente alla santità le forze oscure dell’“Altro Lato” [la radice del male][4]. Diffondere la santità era missione speciale di Giacobbe mentre assoggettare le forze del male era compito spirituale di Esaù. Tale processo in verità è possibile soltanto a coloro la cui anima emana dalla stessa radice spirituale.

In conclusione possiamo ora comprendere un altra bizzarra dichiarazione della scuola cabalistica del Gaon di Vilna, “Esaù e Shalom hanno la stessa ghematria [lo stesso valore numerico] nel mistero del parallelismo cosmico. Questa sorprendente e complessa natura di “shalom” di Esaù fa parte del “Mistero del padre di un messia decaduto”.

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Rav Aryeh Kaplan - LA PREGHIERA

Traduzione di Rosanna Ghilardi

Molti di noi non sanno cos’è la preghiera e non comprendono neppure il grande potere che c’è in essa. Così grande che con esso nulla è impossibile; senza il potere della preghiera niente di quello che facciamo acquista significato eterno. È un potere così semplice che anche un bambino può utilizzarlo. Un potere che si può utilizzare con meno sforzo di un pensiero. Nonostante la sua semplicità, la preghiera di fede può smuovere le montagne, guarire il malato, vincere il mondo – persino fare miracoli!

La preghiera è un campo ampiamente inesplorato. L’idea globale di comunicare con il Potere Infinito, Dio, è stata poco investigata. Le leggi spirituali della preghiera non sono ancora state scoperte dall’uomo comune. Molti considerano la preghiera semplicemente come un’emergenza o come l’ultima spiaggia quando tutto il resto è fallito. Altri invece considerano la preghiera come un rituale settimanale, un servizio religioso al quale si presenzia come ad un ciclo di conferenze. È cultura, non convinzione, ciò che mantiene alcuni nei luoghi di culto.

C’è un fascino notevole nell’esplorare nuovi campi. Ogni scienziato lo sperimenta, e anche gli esploratori delle dimensioni spirituali lo riconoscono. Il grande rebbe chassidico, Rabbi Nachman di Breslov, dedicò tutte le sue prodigiose energie all’arte della preghiera.

Durante la sua gioventù, egli percorse ogni strada conosciuta per rivolgersi a Dio, dal comune libro di preghiera ai volumi più esoterici. Verso la fine dei suoi vent’anni, compì un pellegrinaggio nella Terra Sacra, un viaggio molto pericoloso a quei tempi. Nel suo viaggio di ritorno, il Rebbe si ritrovò abbandonato su una nave da guerra turca. Durante una violenta tempesta, mentre l’equipaggio cercava invano di pompare l’acqua fuori dalla nave, l’assistente del Rebbe gli si avvicinò.

«Perché non preghi per noi?» gli gridò «Io non riesco neppure a recitare le preghiere quotidiane, neanche ad aprir bocca, con un tempo come questo. Ma tu, Rebbe, sai come pregare in qualsiasi occasione.»

Il Rebbe rispose, «Ora mi trovo in uno stato ristretto della mente. Sono lontano da Dio. Tuttavia il mio consiglio è fedele. Ci troviamo in grande pericolo, e non ho altra scelta. Dio sa che non ho mai fatto uso del merito della memoria dei miei padri, ma ora vi sono obbligato.» Così, invocando la memoria dei suoi avi zaddikim, il Rebbe offrì a Dio una preghiera in cambio del Suo aiuto. Per un istante il pericolo sembrò aumentare, mentre la nave procedeva verso le onde tumultuose di una tromba d’acqua. Improvvisamente, un vento forte sospinse la nave in avanti e le nubi si divisero a metà, permettendo così alla nave di passare senza pericolo. In segno di gratitudine, il Rebbe recitò con gioia i salmi di ringraziamento.

La conoscenza del Rebbe dei diversi modi di preghiera, gli permise di pregare anche quando la situazione aveva reso impossibile la meditazione profonda e la concentrazione. Ma durante quel medesimo viaggio, Rabbi Nachman sperimentò un livello di comunicazione con Dio ancora più profondo. Soli, su una nave da guerra turca, il Rebbe e il suo assistente correvano il grave rischio di venir derubati, imprigionati, e persino venduti come schiavi. Il solo pensiero era terrificante: che fare se il Rebbe fosse stato venduto in qualche luogo remoto, dove non c’erano ebrei per riscattarlo? Che fare se nessuno l’avesse saputo? Lavita per lui sarebbe diventata insopportabilmente difficile; la Torah impossibile da osservare. Mentre il Rebbe si preoccupava e ponderava la situazione, a poco a poco iniziò ad accettarla.

Forse era davvero possibile servire Dio, anche come schiavo, in una terra straniera. Se questo era il volere di Dio, allora avrebbe continuato a servirLo fedelmente, nonostante la durezza della prova.

Non appena Rabbi Nachman giunse a questa conclusione, i marinai avvistarono la terraferma – la città dalla quale il Rebbe doveva venir salvato. E mentre il Rebbe aveva sperato soltanto nella liberazione dai turchi, accettando il pericolo corso come volontà di Dio, si ritrovò ben presto a celebrare la Pasqua come ospite d’onore di un grande rabbino in una grande comunità ebraica.

Dall’esperienza di Rabbi Nachman comprendiamo il funzionamento di una legge spirituale raramente capita ma sempre vera. Il Profeta Geremia alluse a questa legge quando scrisse: «Felice l’uomo che pone la sua fiducia nel Signore, e il Signore sarà la sua sicurezza»(Geremia 17:7). Il salmista è ancora più esplicito: «Metti il tuo carico sul Signore ed Egli ti sosterrà» (Salmi 55:23).

Dobbiamo avere fede in Dio cercando di accettare la Sua volontà, qualunque essa sia. Lo scopo delle nostre preghiere non deve essere quello di piegare Dio al nostro volere, ma di sottomerci alla Sua volontà, nonostante ogni possibile conseguenza.

Si racconta la storia di un uomo d’affari ebreo che viveva in Polonia. Gli affari quell’anno erano andati molto male ed egli fece visita a Rabbi Elimelech di Lezensk per un consiglio. L’uomo si lamentò del fatto che, nonostante avesse pregato e pregato per avere successo, questo non si era realizzato. Chiese quindi al rabbi, «Perché Dio non risponde mai alle mie preghiere?» Rabbi Elimelech gli rispose, «Dio ha risposto alle tue preghiere. Ha detto di “No.”»

A volte dimentichiamo che persino Dio deve dire No. Noi ci rivolgiamo in preghiera a Dio quale nostro Padre celeste che, qualche volta, come il nostro saggio padre umano, deve dire di No. Dio non respinge i nostri desideri per malizia o capriccio, ma per amore e saggezza. Dio conosce ciò che il futuro ci riserva e quello che è meglio per noi, nel nostro interesse.

Molte delle nostre antiche preghiere cominciano con le parole, “Sia la Tua volontà, O Dio, che..” Dobbiamo pregare affinché sia fatta la Volontà di Dio, non la nostra. Questo è il fattore della decisione divina che lo scettico non riesce a capire, ma che il credente deve accettare. Da questo fattore discende la preghiera a cui viene risposto con un “Sì”.

Rabbi Menachem Mendel Schneerson z.l., il Rebbe di Lubavitch, scomparso qualche hanno fa, era considerato una dei più grandi leader chassidici del nostro tempo. Parecchi anni fa una donna gli si rivolse per un aiuto. Il suo unico figlio era disperatamente ammalato di leucemia, e nel giro di pochi mesi l’avrebbe lasciata. La madre, tremando di paura e con le lacrime che le scorrevano sul viso, chiese aiuto al Rebbe. Il Rebbe la guardò negli occhi e le disse: “Se tu sapessi che questa è la volontà di Dio, saresti disposta a lasciar morire tuo figlio? Saresti disposta a rinunciare a lui sapendo che Dio lo vuole a sé?”»

La povera madre rimase seduta, fissando il Rebbe. Dopo una lunga lotta interiore, alla fine rispose, “Sì, se sapessi con certezza che questa è la volontà del Signore, allora sarei disposta a rinunciare a mio figlio.”

Il Rebbe assentì dicendo, “Ora possiamo pregare per il tuo ragazzo.” Egli quindi offrì una preghiera per il giovane, affidandolo completamente nelle mani della saggezza e misericordia divine. Tre giorni dopo il ragazzo venne dimesso dall’ospedale. Lo conoscevo. Ora è un uomo cresciuto.

Quando sappiamo come pregare, la nostra preghiera acquista una forza stupefacente. Quando impariamo ad accettare le decisioni di Dio, Egli è più propenso ad esaudire le nostre richieste. L’insidia si nasconde laddove, dopo aver pregato e cercato una risposta ai nostri problemi, ci rifiutiamo di prestare attenzione alla risposta che Dio ci dà. Siamo come coloro che, dopo essere stati dal medico, ignorano i suoi consigli a meno che questi non coincidano con i nostri desideri. Possiamo quasi raffigurarci Dio che ci dice, “Guarda, per molti anni sei venuto da me chiedendomi di farti conoscere la mia volontà. Ti ho parlato, tu hai ascoltato e mi hai fatto molte promesse. Ma poi hai deciso di fare a modo tuo, come se non avessi parlato. Ora torni da me. Stai forse giocando?”

Se vogliamo che le nostre preghiere ricevano una pronta risposta, dobbiamo essere sicuri di non appesantirle con il nostro Io, affinché esse possano volare in cielo.

Alcuni si spingono addirittura a pensare che se Dio non risponde immediatamente ai loro desideri, non è un buon Dio.

Altri pregano Dio in questo modo: dammi; concedimi; fallo per me. L’intera struttura della loro preghiera è imperniata sull’Io – me – il mio, quando invece la preghiera è un momento in cui ci si deve dimenticare di noi stessi e dei nostri desideri. È un momento in cui dovremmo invece mettere il focus sul Tu - Ti – Il Tuo. Se mettiamo l’enfasi al posto giusto, allora le nostre preghiere possono essere esaudite più favorevolmente.

Cos’è che ci rende capaci di stare davanti al Dio Infinito, chiedendoGli di acconsentire a nostri piccoli desideri?

I nostri saggi ci hanno insegnato ad iniziare le nostre preghiere dicendo – con vera intenzione – “Sia la tua volontà, O Signore, che……” “Se è Tua volontà esaudire la mia preghiera, così sia.

E se la risposta è “No”, "Tu, O Signore, sei più saggio di me.”

Forse è la grande differenza tra Dio e l’uomo che rende molti di noi riluttanti a pregare.Anche se non lo capiamo, l’essere umano è insignificante e tuttavia importantissimo. L’uomo è nulla rispetto a Dio, e tuttavia è tutto.

Questo enigma viene ponderato nei Salmi:

Quando contemplo i Tuoi cieli, opera delle Tue dita,
La luna e le stelle che Tu hai stabilito,
Cos’è mai l’uomo, perché Tu lo ricordi?
O l’essere umano, di cui Tu ti curi?
E tuttavia lo hai fatto di poco inferiore agli angeli.
Lo hai incoronato con la gloria e l’onore.
Gli hai dato il dominio sull’opera delle Tue mani.”

(Salmi 8:4-7)

Tutto questo può essere difficile da capire perché noi sappiamo pochissimo di Dio. Non importa quanto abbiamo studiato, non arriveremo mai a conoscere Dio veramente. Non sappiamo ciò che Dio conosce, e neppure come lo sa. Di Dio sappiamo soltanto quanto basta per pregarLo e avere fede nella Sua saggezza.

Quando preghiamo dobbiamo capire a chi ci stiamo rivolgendo, come è scritto nel Talmud, “Quando preghi, sappi davanti a chi ti trovi.” Quando diciamo, “Benedetto sei Tu, O Signore,” dobbiamo sapere chi è il “Tu” e cosa intendiamo con “O Signore.” Quando leggiamo le parole di una preghiera non stiamo semplicemente leggendo le parole di un libro. Stiamo parlando a Qualcuno che sta ascoltando le nostre parole e i nostri cuori.

Nel trattato Benedizioni (13a) del Talmud è scritto che possiamo pregare in qualsiasi lingua, perché è meglio capire le parole che diciamo. La preghiera ebraica non è una vuota pronuncia di parole insignificanti; è parlare con Dio dalle profondità del nostro cuore e del nostro essere. Leggiamo lentamente, capiamo ciò che diciamo, contempliamo le parole, e realizziamo pienamente a Chi le stiamo rivolgendo.

La preghiera, sia quella comunitaria che quella personale, espressa nei recessi più intimi del nostro cuore, non va presa alla leggera. Quando preghiamo stiamo parlando con Dio, a cui niente è impossibile. Dio ci ha promesso, “Invocami ed Io ti esaudirò; ti rivelerò cose grandi ed elevate che non conosci” (Geremia 33:3).

Questa è la chance di una vita intera!

 

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Rav Avraham Sutton - IM TASHIV (Isaia 58:13-14)

Traduzione di Rosanna Ghilardi

Se fai un passo indietro per lo Shabbat, non provvedendo ai tuoi affari in questo Mio giorno sacro, e chiamerai lo Shabbat una gioia, per la santificazione dell’onore di Hashem, e se andrai ancora oltre per onorarlo non facendo le cose nel modo in cui sei abituato a farle, ricercando il tuo solo piacere, o parlando di cose inutili….. Allora tu troverai gioia in Hashem. “E io ti farò salire sulle più alte cime della terra. Ti nutrirò [persino ora] con l’infinita eredità di tuo padre Giacobbe”. La bocca di Hashem lo ha dichiarato.

Questo passo di Isaia, che esprime non soltanto l’essenza dello Shabbat ma di tutto il Giudaismo, è diviso in una parte “negativa” e una “positiva” – o ancor meglio in “una parte negativa che conduce ad una positiva”. L’aspetto negativo (che tutti pensano di comprendere molto bene) dice: “Di Shabbat non fare questo e non fare quello! Non provvedere ai tuoi affari e non ricercare il tuo solo piacere!” Persino i più semplici piaceri della vita devono essere subordinati all’autorità sacra dello Shabbat! Ma prestiamo attenzione a ciò che invece si dice veramente.

Nella Lingua Sacra, le prime parole, “Se fai un passo indietro per lo Shabbat” sono Im Tashiv MiShabbat Raglecha [lett., “Se tratterrai il tuo piede per lo Shabbat”]. Raglecha [lett. “tuo piede”] significa realmente “le tue abitudini regolari” [la parola ReGoLare è composta dalla stesse consonanti di ReGeL, piede]. Allora il significato è, “Se tu smetti di fare le cose che fai normalmente, smetti di inseguire ciò che pensi sia piacevole, smetti di parlare delle cose di cui normalmente parli….se stacchi la spina dal telefono, dalla televisione, dalla radio, dal computer, dal registratore e dal lettore dei Cd, dalla lavatrice, dal forno, dal mixer, dall’aspirapolvere, dall’auto, dal jet, dal satellite, e da tutte le altre invenzioni moderne con le quali io ti ho benedetto per liberarti (ma che sono diventati i tuoi padroni)… Se solo sospenderai le tue normali attività, e rimarrai in silenzio, io ti rivelerò un mondo nuovo e diverso…”.
Cos’è questo mondo nuovo?” “Allora tu troverai gioia in Hashem. ‘E io ti farò salire sulle più alte cime della terra. Ti nutrirò [persino ora] con l’infinita eredità di tuo padre Giacobbe’. La bocca di Hashem lo ha dichiarato.

In altre parole, “Io ti restituirò alcune delle cose che hai perso molto tempo fa, cose per le quali i tuoi moderni elettrodomestici sono semplici surrogati. Io ti ridarò il tuo telefono interiore, la tua capacità di comunicare e conversare con la tua famiglia e i tuoi amici, con Me, con te stesso! Io restituirò il computer originale, la profezia, la capacità di accedere a Tutta la Conoscenza . Ti permetterò di contemplare la televisione finale, “vedere da un capo all’altro del mondo” da oriente ad occidente, dall’alto in basso, dall’inizio del tempo sino all’eternità infinita. Ti trasporterò nella navicella spaziale originaria, il Carro Divino, su in alto nella dimensione spirituale, e ti sazierò con la vera Luce del Mondo a Venire, la Luce Infinita, la Luce nella quale tutta la realtà è Unificata..”.

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Rav Avraham Sutton - Il potere della Preghiera

Traduzione di Rosanna Ghilardi

Non bisogna sottostimare il potere della Preghiera. La preghiera può avere effetti drammatici. Può cambiare il corso degli affari umani. Adamo ed Eva, Abramo e Sara, Isacco e Rebecca, Giacobbe e Rachel e Leà, Giuseppe e Asnat, Moshè e Zippora, Yehoshua, il Profeta Samuele, Re David, Re Shlomò, il Profeta Elia, Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Ester – tutti loro pregavano. E qual’era il contenuto della loro preghiera? Essi prendevano la Torah di Dio e la volgevano in Preghiera.

Per prima cosa essi interiorizzavano la Torah, permettendo alla sua luce di brillare nei loro cuori e risvegliare le loro anime, trasformando così l’esistenza mondana in missione divina. E mentre essi erano spinti a condividere con altri la luce, proclamando la Sua verità pubblicamente ed inscrivendola anche per la posterità, in privato, essi pregavano. In che cosa consisteva la loro preghiera? Era una preghiera fatta di parole, ma andava molto oltre le parole. Perché essi usavano le parole e le lettere sacre della Lingua Sacra per trascendere i pensieri coscienti, elevandosi al di là del tempo e dello spazio fisico. Penetrando nei Sacri Palazzi (Heikhalot) della dimensione spirituale, essi camminavano e parlavano con esseri angelici e imparavano la Torah così come è appresa nei reami celesti.

Ad essi venivano mostrate visioni non soltanto del futuro ma di tutto il tempo, passato, presente e futuro. Quando essi ritornavano, gli veniva permesso di comunicare soltanto una frazione di tutto ciò che avevano visto. Avendo pregustato l’Eternità, essi pregavano e anelavano di riportare indietro con loro un po’ più della sua gioia, della sua speranza e della sua luce, per condividerla con i loro simili e lasciare qualche traccia di esse per le generazioni a venire. Essi pregavano per diventare canali della Sua Luce allineando se stessi con il Volere di Dio. Ancor di più, essi si beavano nella Luce, sentivano l’amore di Dio per loro e per tutta la Sua Creazione. Essi sentivano il loro dolore, il dolore degli esseri umani, trasformato in Luce. Essi non solo ripregavano la Torah di Hashem a Lui.
Essi divenivano preghiera. Si fondevano in Hashem. Morivano, solo per ritornare alla vita completamente rinnovati e trasformati.

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